Diciassette "lunghi" anni dopo la sua uscita questo CHINATOWN dello straordinario trio al femminile delle BE GOOD TANYAS mantiene inalterato e prezioso il suo straordinario fascino.
Quattordici canzoni spalmate su poco meno di un'ora di una musica che è anche difficile poi andare a spiegare: perchè non si tratta solo di musica "Folk-Americana" allo stato più puro ed incontaminato, ma è anche della insolita modalità con cui la stessa è suonata, in una sorta di intima celebrazione privata.
Suoni rigorosamente "acustici" (salvo rarissime entrate elettriche) che appaiono "minimali", essenziali. Le tre ragazze di Vancouver, Frazey Ford (chitarra, mandolino, armonica e voce) Samantha Parton (chitarra, mandolino, piano, ukulele e voce) e Trish Klein (chitarra elettrica e acustica, banjo, mandolino, armonica e voce) si riuniscono in quella che potrebbe essere una serena sera estiva appena fuori dalla soglia di casa e su quel portico con vista sul mondo prendono per mano l'ascoltatore e se lo portano appresso in un affascinanate e struggente viaggio tra canzoni di riflessione, perdita e redenzione, mettendo in pista l'amato Townes Van Zandt di WAITING' AROUND TO DIE e mettendoci del proprio con canzoni di una splendida fattura come l'iniziale IT'S NOT HAPPENING o THE JUNKIE SONG, come DOGSONG 2 o ancora IN SPITE OF ALL DAMAGE o SHIP OUT ON THE SEA mettendo accanto a materiale inedito pezzi trazionali della musica americana come HOUSE OF THE RISING SUN che, in mano alle tre ragazze di Vancouver suona come una canzone "nuova".
CHINATOWN è uno di quei preziosi dischi che il tempo che scorre non porta con se ...
Hai a disposizione un ascolto, e poi di loro e del loro suono ti innamori.
Sul come e perchè tale splendido sodalizio si sia interrotto lì pochi anni dopo questo lavoro si potrebbe a lungo recriminare.
Tengo saldo questo disco che profuma di un tempo passato ... troppo lungo da dimenticare.
Secondo album del cantautore sardo Giacomo Deiana, questo SINGLE, è un compendio della sua ottima tecnica chitarrista e compositiva.
Insegnante di chitarra, Giacomo Deiana è padrone assoluto dello strumento che, qui declinato in chiave classica e acustica, riesce ad accendere tante piccole fiammelle nel nostro cuore musicale.
Otto canzoni, cinque delle quali strumentali, compongono questa raccolta che ci porta dentro il mondo musicale di questo raffinato musicista che, persa la vista all'età di dodici anni, ha trovato nella chitarra e nella musica una via che porta alla luce dell'anima.
Nascono dalla sua penna e dalla sua chitarra canzoni splendide come le strumentali BARCELLONA-SARAGOZZA che è un immaginario viaggio in treno tra la catalogna e il capoluogo aragonese, PORTO TAVERNA che è un evocativa cartolina spedita da una caletta sita tra Olbia e Porto San Paolo, PICCOLI PASSI che testimonia la forza di volontà e la capacità di risalita di un cuore coraggioso e determinato, AREDHEL è invece un brano che evoca un paesaggio notturno, boscoso e di un misterioso personaggio femminile che si aggira tra fronde e raggi di luna, mentre in VADINHO si richiama la figura di Vadino, primo marito di Donna Flor romanzo del brasiliano Amado.
In questi brani strumentali emerge nitida e cristallina tutta la classe di Deiana che, con la sua chitarra, costruisce melodie e evoca immagini di forte suggestione.
Ne IL VALZER DELLA DOMENICA alla voce, inconfondibile, troviamo ospite Max Manfredi oltre all'ottima fisarmonica prestata da Pierpaolo Liori, in un brano che celebra, a modo suo, il pomeriggio del giorno di festa.
In TUTTO TRAMONTA il testo è formato esclusivamente da parole che iniziano con la lettera T. Questo tautogramma rende intrigante la canzone che ha, alla voce come ospite, il cantautore Andrea Andrillo. Evocativa nel testo e nel titolo, la canzone testimonia che tutto passa, anche le cose più brutte.
Nella conclusiva SERENA alla voce insieme a Deiana c'è Giuliana Lulli Lostia. Anche questa traccia ha la particolarità di avere il testo composto solo ed esclusivamente da parole che iniziano con la lettera S. Un piccolo Capolavoro.
Deiana con SINGLE ha messo sul piatto tutta la sua perizia di fine chitarrista e un'ottima e geniale capacità compositiva e il giudizio si questo lavoro è, dal mio punto di ascolto, molto positivo.
Un'Artista con la A maiuscola capace di creare un mondo con una chitarra e suoni che sono come immagini.
Dieci Canzoni condensate in poco più di trenta minuti di un "puro e sano" Rock'n'Roll.
Questa è, in estrema sintesi, la salutare "ricetta" proposta dalla band pugliese dei MR BRICKS & THE RUBBLE nel loro album d'esordio BUSY.
Il cantante e chitarrista Dario Mattoni , in arte Mr. Bricks, unitamente ai compagni di viaggio THE RUBBLE, nelle persone di Nicola De Liso alla batteria e Dado Penta al contabbasso mettono sul piatto una serie di ottime canzoni condite alla perfezione con il R&R degli anni 50, musica per ballare, musica dai suoni retrò ma perfettamente coniugata in una moderna salsa "indie- americana".
Al primo veloce ascolto, della prima canzone del disco, che poi è la stessa BUSY che titola l'intera raccolta mi sono bastati pochi nano secondi per riportarmi alla mente le sonorità di uno stupendo disco del Rocker dell'Indiana John Mellencamp. Il suo NO BETTER THAN THIS, disco uscito nell'ormai lontano 2010, ha delle sonorità per molti versi simili a questo lavoro di Mattoni & Soci. Mellencamp registrò le canzoni di quel disco in mono con un unico microfono e un vecchio registratore Ampex degli anni '50. La band pugliese, pur partendo dal nastro di partenza con le stesse sonorità anni cinquanta, vira poi il suono strizzando l'occhio ad una miscela di musica più modernista che rivista la tradizione con l'applicazione di effetti decisamente più innovativi.
A fianco di pezzi ballabilissimi come la canzone che titola la raccolta, o ancora BEETHORMONE, HAVE SOME FUN, SHAVE YOUR LEGS, HICCUP TRAIN, DON'T YOU KNOW non mancano pezzi più lenti come l'evocativa LAST PIECE OF HEART e TRY o decisamente più riflessivi come in YOU'LL NEVER BE MINE, o ancora in ballate dalla sonorità decisamente "distorta" come nella conclusiva VOODOO SPELL.
Detto che a coadiuvare Mr Bricks & the Rubble alla stesura del tapperto sonoro ci sono Francesco Lomangino al sax tenore, Pierpaolo Vitale al piano e Rachel Geary ai cori e detto che BUSY ha ottenuto l'ammissione al progetto Puglia Sound 2019 non resta che applaudire Dario, Nicola e Dado per questa loro opera prima che, per certo, mi ha regalato buoni momenti musicali nel segno di un R&R-Indie-Americana che, passa il tempo, ma resta una garanzia per l'ascoltatore.
"La EMI ITALIANA è abbastanza lieta di presentare GIUBBE ROSSE il primo album dal vivo del cantautore siciliano."
Con questo "strillone" appiccicato alla confezione, sul finire del 1989, Franco Battiato mandò alle stampe il suo primo album dal vivo.
Il nome dell'autore nemmeno venne scritto. Con quel "Cantautore Siciliano" già era tutto chiato e di altro non ce n'era bisogno.
Di questo disco dallo splendente fascino ho un ricordo vivido.
La doppia audiocassetta fu il mio regalo di Natale dell'anno 1989.
L'unico inedito, quel GIUBBE ROSSE che oltre a titolare la raccolta è una stupenda "lettera d'amore alla Sicilia", si accompagnava ad alcune chicche mai incise prima dal Maestro Siciliano come Alexander Platz (incisa prima e con successo da Milva), Lettera al Governatore della Libia (composta per Giuni Russo) e Mesopotamia rivisitazione di una brano scritto per il duo Dalla/Morandi.
Proprio Giuni Russo impreziosì con il suo canto la già citata LETTERA AL GOVERNATORE DELLA LIBIA.
Da L'ERA DEL CINGHIALE BIANCO a CUCCURUCUCU, da GLI UCCELLI a OCEANO DI SILENZIO e via per altri splendenti brani del Nostro queste registrazioni live, come detto, le prime mai pubblicate da Battiato accompagnarono per mesi di ascolto un tratto del mio cammino.
La bellezza struggente della Sicilia che passa per i versi della canzone che titola la raccolta è una delle perle consegnate per sempre da Battiato alla Storia della Musica Italiana.
L'ultima delizia che, in ordine di tempo, mi giunge alle orecchie da quella fantastica Regione è l'album d'esordio di un "ragazzo" che, nato a Grosseto nel 1967, con il suo CAVALLO PAZZO, uscito nel corso dell'anno 2019, mi ha conquistato nel breve giro di un paio di ascolti.
Ivan Francesco Ballerini ha mandato alle stampe il suo disco d'esordio a 52 anni: un disco di splendido "cantautorato made in Italy".
Un disco che è "Figlio" di una Penna straordinariamente ispirata.
CAVALLO PAZZO è una prova d'esordio di quelle talmente limpide che, senza dubbio, meriterebbe di stare tra quelli selezionati dagli amici del Premio Tenco.
Si tratta, per essere precisi, di un "concept" album che presenta dieci brani inediti tutti incentrati sulla vita degli indiani d'America.
Attraverso la storia di Cavallo Pazzo, leggendario nativo americano della tribù degli Oglala Lakota vissuto fin verso la fine dell'800 Ballerini ci porta in un viaggio che, a me personalmente, innamorato delle praterie, del "nostro" Capo dei Navajos Aquila della Notte e di tutte le storie e leggende che girano intorno al favoloso mondo del Far West, è parso a tutti gli effetti un "viaggio magico".
Canzoni dal forte impatto emotivo, scritte con una perizia degna dei Grandi della Musica, quelle di Ballerini, sono dieci autentiche gemme.
Sin dall'iniziale CAVALLO PAZZO che titola la raccolta, e che subito ci conquista passando poi per PREGHIERA NAVAJO che annoto qui e sempre come una delle più "dolci" preghiere che abbia mai ascoltato, la musica di Ballerini nel solo giro di due brani e pochi minuti colpisce nel segno facendolo entrare di diritto nella lista dei "Preferiti".
Alla ballata d'amore di RAGAZZA SIOUX segue la splendida GUFO GRAZIOSO che, sulle ottime chitarre a cura del "nostro" con la collaborazione del musicista Alberto Checcacci, narra delle vincende dell'incontro tra il celebre capo Nuvola Rossa e la misteriosa Gufo Grazioso.
LO SCIAMANO si apre con uno splendido tappeto sonoro che ci accompagna nella vita di colui che in ogni tribù indiana è da sempre una figura "sacra". Brano di magistrale bellezza.
Nel brano MIO FRATELLO CODA CHIAZZATA rieccheggia forte la tragedia del massacro del fiume Sand Creek che già Faber andò cantando nel suo leggendario pezzo. Ballerini attraverso i pensieri di Coda Chiazzata ci porta dentro quel dramma. Altro autentico gioiello di questo album.
C'è poi spazio per un brano IL CANTO DI MIA FIGLIA che Ballerini dedica alla figlia Eleonora, narrando in prima persona dello scorrere inesorabile del tempo.
VECCHIO FUMO è il nome del nonno materno di Nuvola Rossa e, in questo brano, Ballerini ne traccia i tratti essenziali della leggendaria figura per poi proseguire nel medesimo percorso con il brano PENNE D'AIRONE dove le vicende narrate sono quelle di un nonno che, poco prima di morire, cerca di trasmettere al proprio nipote i "veri" valori, l'essenza delle cose che contano veramente.
A chiudere questo sorprendente album la riflessiva NON PIANGETEMI MAI che è una canzone nata dalla lettura di una poesia pellerossa sulla morte e su come questa venga interpretata dagli indiani. Brano di forte suggestione che Ballerini canta in modo magnifico e che ha dentro un valore aggiunto: la preziosa lezione di una vita.
Al momento di "scendere" da questa locomotiva fumante che mi ha portato in giro per le grandi praterie a caccia di storie, miti e leggende dei nativi americani devo stringere la mano a Ivan Francesco Ballerini e dirgli Grazie. Grazie per avermi insegnato cose che ignoravo e fatto conoscere o ricordare personaggi fanstastici.
Questo lavoro che nelle intenzioni dell'artista accosta la triste analogia degli accadimenti di fine '800, con la persecuzione dei pellerossa da parte dell'uomo bianco agli sconvolgenti e attuali flussi migratori che sfuggono da guerre e carestie è una testimonianza del tempo passato e, come tale, uno strumento e un monito per capire meglio il presente.
Viene infine spontaneo chiedersi perchè mai questo Magnifico Singer-Songwriter (per dirlo all'americana) abbia atteso così tanto per dare alle stampe il suo primo disco d'esordio ?
E' nell'evidenza delle cose che, ogni passo della vita, è da compiersi al momento giusto, con il giusto approccio alle cose ed è forse questa la risposta alla domanda di cui sopra.
In poche brevi righe scambiate con Ballerini via mail prima della stesura della presente scheda ho avuto conferma di esseremi imbattuto in una di quelle "Belle Persone" che, qualcuno più saggio di me, per brevità ha chiamato "Artista".
P.S. Complimenti ad Aldo Coppola Neri "patron" della Label RADICI MUSIC RECORDS che ha creduto nel progetto di Ballerini.
P.S. Grazie Sempre all'amico Paolo Tocco che spesso e volentieri mi coinvolge in questi bei viaggi
Un Album di Folk puro, intimo, incontaminato, di una bellezza schietta, pura ed adamantina che riflette nelle sue note e nelle atmosfere che evoca il cielo e la terra della splendida isola dove è stato concepito e registrato: l'Isola del Principe Edoardo, situata al largo delle coste orientali del Canada.
Questo è in estrema sintesi "COYOTE", il settimo album della cantautrice canadese Catherine Maclellan lavoro che è autoprodotto dalla stessa Maclellan con il contributo e l'ausilio del "CANADA COUNCIL FOR THE ARTS" unitamente al "MUSIC PEI" l'ente che rappresenta la musica del "PRINCE EDWARD ISLAND".
Un disco che nasce, quindi, con il contributo della "terra" da dove muove i suoi passi artistici la straordinaria Catherine, cantautrice che è facile accostare per sensibilità artistica ad un'altra Grande Canadese come Joni Mitchell.
Dall'Isola del Principe Edoardo, famosa anche per le "gesta" di "Anna dai capelli rossi" della scrittrice canadese Montgomery, Catherine Maclellan ci regala un pugno di canzoni che rappresentano una forma di "folk incontaminato" che al giorno d'oggi è praticamente estinto.
"COYOTE", nelle sue quattordici canzoni, (dodici quelle indicate nei credits più due ghost tracks) è la chiara testimonianza di quel credo che la Maclellan ha sempre portato dentro la custodia della sua chitarra e nelle liriche delle sue canzoni e che è così ben sintetizzato dalla stessa cantauttrice:
"Forse non abbiamo la stessa storia, ma condividiamo tutti le stesse emozioni e molte delle stesse esperienze. Essere in grado di condividere le mie canzoni e storiecon le persone e trovare dei punti di connessione è ciò di cui mi occupo."
(Catherine Maclellan).
E nell'ululato del COYOTE che rincorre la luna fra le colline antistanti la fattoria di Catherine nella sua "magica" Isola, c'è una vena malinconica che attraversa diverse liriche del disco senza essere mai fine a se stessa, evocando situazioni ed eventi del passato con una dolcezza e una delicatezza propria delle anime sensibili che sanno condividere con altri esperienze "umane" comuni ma sempre poco esplorate.
Strumentazione parca e limitata all'essenziale quella di questo disco, dove al fianco delle chitarre acustiche ed elettriche e a una sezione ritmica mai troppo invasiva trovano spazio violini, violoncelli, bouzouki ed accordion a tracciare un sentiero musicale che evoca per immagini gli spazi sconfinati e a volte desolati dell'Isola del Principe Edoardo.
E così tra viaggi dell'anima come TOO MANY HEARTS, WAITING ON MY LOVE, OUT OF TIME, COME BACK IN e viaggi reali come quello notturno tra le coste dell'Inghilterra e l'Olanda descritto in NIGHT CROSSING Catherine fa splendere una luce propria là dove è l'oscurita a regnare incontrastata.
Splendida è anche THE TEMPEST che ci riporta ad antiche ballate celtiche con quel violino a cura di Karine Gallant che suona in maniera brillante, o la riflessiva EMMET'S SONG dove la cantautrice canadese racconta con il "cuore" in mano una storia di adolescenza travagliata.
Preziosa ROLL WITH THE WIND canzone sull'amicizia e sul senso profondo del suo valore allo stato attuale delle cose così come BREATH OF A WIND che narra del senso di solitudine che tutti prima o dopo sperimentiamo nel tragitto della nostra vita con uno splendido lavoro al violoncello di Nathalie Williams Calhoun.
Preziosa e affascinante la copertina dell'album con uno splendido dipinto di Heather Millar che ben rappresenta una via nello spazio sconfinato dell'Isola del Principe Edoardo.
Alla resa dei conti dischi come questo "COYOTE" che arrivano a noi per strade impervie e dimenticate e ci portano gioielli come queste canzoni che, ti prendono per mano, e contribuiscono in maniera determinanate a tenere ancora viva quella fiammella che arde nel cuore e ti aiutano a proseguire il cammino con un filo di luce in più in fondo alla via.
"Questa opera è dedicata alla mia splendida famiglia del cielo.
Liliana. Andrea. Maria. Laura. "
La dedica riportata in fondo al libretto dei testi di questo nuovo disco dell'amico Massimiliano Larocca è, a mio modo di vedere, l'inizio di tutto quanto sta alla base del processo creativo di questo splendido capolavoro che è EXIT | ENFER.
Urge fare una premessa: perchè questa recensione è chiaramente una recensione assolutamente "di parte".
Massimilano Larocca è, di tutti i miei amici cantautori, quello che più ho amato e amo.
E' una questione di "Classe". Della Persona prima ancora che dell'Artista.
Una domenica lontana nel giugno del 2007 il Ragazzo di Firenze prese la sua macchina e dopo quei 300 e passa chilometri (per un pigro come me un'andata e ritorno in giornata come nel caso in questione equivale alla follia pura) arrivò qui a Cabiate appositamente per noi tonnuti.
Massimiliano con la sua chitarra, il suo ukulele e le sue canzoni rese quel nostro primo "tonnuto house concert" memorabile.
Ho precise in mente alcune immagini e alcune parole di quel giorno.
Mi rivelarono una Persona davvero speciale che cammina sempre un passo avanti al Cantautore.
Sono passati molti anni e qui abbiamo seguito il percorso del nostro "Laroche" e sempre abbiamo sostenuto la sua musica.
Questo nuovo disco EXIT | ENFER si presenta profondamente diverso da quanto sinora inciso dal nostro Max.
Nei suoni si scopre via via un ampio e inedito uso dell'elettronica: cosa che non avevamo mai sentito prima così massicciamente presente nei suoi album.
La produzione del disco, affidata all'australiano Hugo Race (già con Nick Cave nei primi Bad Seeds), ha aperto le porte a questi nuovi suoni, a queste nuove idee e vibrazioni musicali che in queste nuove canzoni rieccheggiano in modo abbondante ma che sono perfettamente funzionali alla riuscita del progetto.
Vanno citati, e giustamente, i vari ospiti che contribuiscono a rendere il suono di EXIT | ENFER così affascinante: al già citato Hugo Race che oltre a produrre il disco suona chitarre molto ispirate, si uniscono Don Antonio Gramentieri Gran Maestro delle chitarre, Diego Sapignoli un Sacro Cuore alla batteria, il "Mago" Gianfilippo Boni alle tastiere e pianoforte, il leggendario leader dei Giant Sand Howe Gelb alle chitarre, Francesco Giampaoli al contrabbasso, Enrico Gabrielli al sax e flauti, Lorenzo Corti alle chitarre, Alice Chiari al violoncello, Erika Giansanti alla viola, Jacopo Ciani al violino, e poi, ultima ma non ultima la "nostra" Giulia Millanta che presta la sua voce in alcuni episodi del disco.
E proprio Giulia Millanta è una figura di raccordo fondamentale in questo viaggio | dentro | fuori dall'inferno.
Giulia Millanta appare qui come una sorta di "retcon" che indirizza con le sue presenze vocali il finale del disco verso una nuova partenza.
Era una sera di marzo del lontano 2011 quando seduto ad un tavolino dell'UNAETRENTACINQUECIRCA dall'amico Carlo a Cantù - ancora nella sua storica e mai dimenticata sede di Via Fossano - Giulia Millanta mi raccontava delle prime esperienze musicali e dei concerti da giovanissimi con Max "Laroche". Coi suoi splendenti e vivaci occhi pieni di grande umanità Giulia mi fece intravedere immagini di un passato certamente lontano ma molto vicino alle cose care della vita.
Ho chiare quelle immagini evocate da Giulia e che ora, a tratti rivedo tra le note di questo disco nelle canzoni che, scritte a quattro mani dai due, come nel brano LA STANZA o ancora nella ballata SI CHIAMAVA LULU' che, scritta da Max, è stata incisa prima da Giulia, testimoniano di un'amicizia che è solida da anni ed ha attraversato parte del viaggio narrato nei solchi di queste canzoni.
Come ho sentito dichiarare dallo stesso Max in un'intervista pubblicata pochi giorni fa su Facebook la lavorazione di questo disco è stata per cantautore toscano una forma di "terapia".
La Musica come "terapia", come sorta di viaggio alla ricerca della redenzione.
In queste undici canzoni che compongo EXIT | ENFER vi sono molti angoli oscuri, molte ombre, molte zone grigie. I passaggi sonori non sono più solari come in molti episodi precedenti sparsi nei dischi di Larocca. Le atmosfere sono decisamente più noir.
L'inziale BLACK LOVE è il biglietto da visita di questo "Enfer" e la seguente COSE CHE NON CAMBIANO è stata giustamente scelta per lanciare il disco con il suo ritmo sincopato che ben si adatta alla voce profonda ed espressiva che da sempre è il cavallo di battaglia di "Monsieur Laroche".
Vi è poi lo splendido brano che Max dedica al padre Andrea, (ERAVAMO) ORFANI e che mi ha reso chiaro nelle immagini evocate "Nelle piazze derelitte con le statue consumate" come il paesaggio ove si muovono queste storie è stato creato da Larocca in uno stile che è molto vicino a quello che nei fumetti il Grande Frank Miller ha adottato per raccontare cadute e rinascite dei "suoi" eroi, dal Batman de "Il Ritorno del Cavaliere Oscuro" (che è caro a Max) al Daredevil di "Rinascita". Immagini che qui vengono impresse nei suoni.
Interpretazione canora strepitosa è quella di Max ne IL GIARDINO DEI SALICI. Un canto sofferto e aderente ad un "testo desertico" che ancora richiama Miller e le sue tavole.
GUERRA FREDDA ha un suono che inquieta incastonato in un testo che, come un'opera teatrale, si divide in tre scene, come fossero tre atti.
PERDIAMOCI è una poesia che Laroche recita su un tappeto sonoro dove le tastiere di Hugo Race si incrociano al pianoforte del Maestro Gianfilippo Boni.
Nella canzone IL REGNO il tappeto sonoro è ancora più denso con effetti di sintetizzatori e la voce di Giulia Millanta che recita come un mantra il ritornello "And there's a kingdom come".
La seguente canzone, LA STANZA, come avevo già prima accennato è stata scritta a due mani dal duo Larocca-Millanta a testimonianza di un sodalizio umano prima ancora che artistico che dura nel tempo e durerà penso in eterno. Alla voce è ospite proprio Giulia e da ricordare è che la canzone era già stata pubblicata proprio dalla Millanta nel suo disco del 2018 dal titolo CONVERSATION WITH A GHOST proprio come la successiva SI CHIAMAVA LULU' che, scritta da Max, è stata incisa la prima volta sempre da Giulia nel suo DUST AND DESIRE del 2012 però con il titolo lievemente diverso di MI CHIAMAVA LULU'.
FIN DU MONDE vede l'intro vocale a cura di Howe Gelb il leggendario artista americano già fondatore dei Giant Sand che presta al brano anche la sua perizia al pianoforte e rhodes mentre sempre ad impreziosire la parte vocale è chaimata ancora la Millanta unitamente ad Alice Chiari.
IL CUORE DEGLI SCONOSCIUTI porta a compimento il viaggio "terapia" di Massimiliano Larocca là dove i versi finali "Tutto ritorna in un fermo immagine / siamo scomparsi o rinati così ? / Come abitanti di un pianeta immobile / a un milione di anni luce fuori da qui." sono già il rilancio per una nuova partenza, per una nuova rinascita.
EXIT | ENFER non è un disco facile da assimilare.
Richiede tempo e ripetuti ascolti perchè la formula che passa in queste note è quella propria della "redenzione" e della "rinascita".
Un procedimento che richiede tempo. Pazienza.
Da piccoli si giocava a nascondino e c'era sempre una speranza finale: quella di veder saltar fuori il più bravo, il più scaltro, il più veloce , quello che a squarciagola gridava "tana, libera tutti".
Forse hai ragione Max in quelle tue parole ...
"Se ne sono andati tutti".
Ma la Testimonianza e il Ricordo sono la nostra Redenzione.