Zach Bryan, classe 1996 e di stanza in Oklahoma, per il suo debutto con la "major" Warner nel corso del 2022 mandò alle stampe questo ambizioso progetto discografico: AMERICAN HEARTBREAK.
Non un album qualunque.
Un doppio cd e triplo vinile.
34 canzoni inedite per oltre due ore di musica.
Apparentemente una "follia".
Commercialmente un vero e proprio azzardo.
Ma il ragazzo ha "stoffa", ha classe, e così, nel giro di un non nulla, questo album si fa strada nella classifiche di vendite e, alla fine, l'azzardo si tramuta in un successo per certi versi "clamoroso": il disco entra in classifica nella top five della classifica Billboard 200.
Non vi è dubbio che l'opera di questo ragazzo richieda un attento ascolto ma, a conti fatti, ne vale veramente la pena.
Le storie che Bryan mette dentro le sue canzoni sono Le storie di una vita qualunque, sono storie che derivano direttamente dalle vene dall'America di oggi giorno.
Mi sono fermato e ho riascoltato più volte alcuni brani che, sopra altri, mi hanno colpito, e cito TISHOMINGO, OKLAHOMA CITY, BILLY STAY, YOU ARE MY SUNSHINE, ma è la forte coesione di tutte le canzoni a rendere questo album davvero interessante.
Zach Bryan mette nero su bianco sensazioni che, a pelle, in prima battuta mi hanno ricordato certe canzoni storiche del "primo" Vasco Rossi ... cito per esempio LA NOSTRA RELAZIONE o CIAO. Ho trovato nelle liriche di Bryan qualcosa di molto simile a quel modo di "sentire" le cose della vita che era proprio di quel primo Vasco lì.
Annoto lo splendido incipit del brano SUN TO ME. La canzone si apre con un orario, 5:34 a.m. che non può certo passare inosservato. Il brano, ad un certo punto recita " (...) perchè ho vissuto aspettando il giorno in cui il buon Dio, volendo, ti manderà sulla mia strada" che a mia interpretazione rimanda a quel famoso versetto della Bibbia, non a caso, 5.34 del Vangelo di Marco "Gesù rispose: figlia, la tua fede ti ha salvata." ... con ciò intendendo, chiaramente, che Zach Bryan è uno di quei "cantautori" che si può, a buona ragione, intendere "Illuminato".
Nel frattempo, la scorsa estate, Bryan ha mandato alle stampe il suo secondo album per la Warner, titolato semplicemente ZACH BRYAN e che ha toccato al debutto la posizione n.1 della Billboard 200 mettendosi alle spalle, tanto per dire, la celeberrima Taylor Swift come da link allegato https://www.billboard.com/charts/billboard-200/2023-09-09/
Non ho dubbio, alcuno, che questo ragazzo abbia ancora molte cose belle da condividere con noi e da parte mia non posso fare altro che invitarvi ad andare a sentire le due ore di musica di questo AMERICAN HEARTBREAK .
Sette anni dopo lo splendente album "A PIEDI NUDI" la cantautrice toscana Silvia Conti torna con un nuovo (ed altrettanto splendente) lavoro titolato "HO UN PIANO B".
Bellissima la copertina, che rimanda allo storico "HORSES" di Patti Smith e che ritrae la cantautrice toscana in tutto il suo splendore.
Silvia Conti ha lavorato a questo disco in parallelo con il progetto di un libro di memorie scritte a mano da suo padre, Silvano Tognelli e che la stessa Silvia, insieme al marito Bob Mangione, ha digitalizzato e quindi mandato alle stampe.
Nel libro, intitolato GLI ANNI SPRECATI, si narrano i ricordi di prima mano di Silvano. Sono le sue memorie dei tragici eventi della seconda guerra mondiale: degli anni che passarono tra il 1942, quando lasciò la sua Firenze, fino al 1945, quando con la fine della guerra ritornò alla sua città natale dopo aver vissuto sulla sua pelle le crudeltà e le ingiustizie di quella tragedia mondiale.
Le righe del libro trovano una loro diretta "traslitterazione musicale" in diverse delle canzoni di "HO UN PIANO B".
Così che l'uno, il libro, diventa compendio per comprendere appieno l'altro, il disco, e seppur è vero che ognuno dei due prodotti ha una vita propria, autonoma, e a sé stante, è anche vero che la totalità dello straordinario lavoro di Silvia Conti lo si vede, chiaro, solo con la fruizione completa dei due supporti.
Ringrazio ancora una volta Silvia per avermi reso "ospite" di questo duplice capolavoro introducendomi prima al libro del padre e quindi all'album musicale.
Avendo letto "GLI ANNI SPRECATI" si gustano appieno e fino in fondo canzoni come INVERNO 1944 (Mackatica) che narra della prigionia del padre in Montenegro, ma anche di una delle canzoni più ipnotiche dell'album, L'UOMO DELLA MONTAGNA, ha un refrain che mi ha subito riportato alla mente la canzone ANDREA del Grande Faber, là dove si narrano proprio le vicende partigiane. ("ucciso sui monti di Trento / dalla mitraglia") e un che di Mario Rigoni Stern
Splendida la cover di BELLA CIAO che Silvia ha studiato, con il marito Bob Mangione, in modo tale da farne una "versione balcanica" che ben si presta a chiudere il discorso intrapreso con INVERNO 1944. E' da segnalare l'ottimo lavoro di Bob Mangione sia alle chitarre elettriche che in altre esecuzioni nello scorrere di tutte le canzoni del disco. Un valore aggiunto nella somma finale di questo capolavoro.
Il singolo che ha lanciato l'album, LUCCIOLA (che poi è anche la canzone che apre il disco) è scritta dallo stesso Bob Mangione ed è una riflessione sulla condizione odierna della donna.
La figura femminile è poi splendidamente sintetizzata da Silvia Conti nel brano FARFALLA che si apre con una chicca poetica tratta dalla raccolta "Fondamentale" di Daniel Vogelmann.
Vi è spazio poi per intime riflessioni della cantautrice toscana affidate al brano MOLTITUDINI, mentre in IL FILO D'ARGENTO (PER ENRICO) la dedica è per l'amico Enrico Greppi "Erriquez" che in tanti abbiamo amato coi suoi BANDABARDO' e che per Silvia è stato un protagonista per uno snodo cruciale nel suo percorso artistico. Splendida Canzone.
Con il brano SETTEMBRE si riflette sull'accoglienza e sulla solidarietà mentre il brano VAN GOGH è l'unica cover dell'album ed è un brano tratto dal terzo lavoro del cantautore e produttore Gianfilippo Boni dall'omonimo titolo.
E su questa canzone vale spendere alcune considerazioni. Io ho personalmente conosciuto Gianfilippo Boni (ormai più di dieci anni fa) in unico "storico" (per me) incontro all' 1 & 35 CIRCA di Cantù quando il musicista toscano era in trasferta con il nostro Max Larocca. Ho sempre avuto una venerazione per Boni, che io chiamo sempre Maestro (dato che è insita in lui una straordinaria perizia tecnico-musicale come esecutore e produttore, come cantante e cantautore) sin dai tempi del suo lavoro svolto in funzione dell'esordio discografico di Max Larocca. Ma è evidente, che Boni goda di massima stima anche da parte di Silvia Conti che, per omaggiarlo, sempre in combutta con suo marito Bob Mangione ha inserito nel suo disco, posta al termine di BELLA CIAO, una ghost track intitolata SuperPippo che è proprio dedicata a Boni che di questo album ha curato la registrazione e il mixaggio.
Questo omaggio è, a parare mio, l'esatto metro che misura la statura "umana" prima ancora che artistica di questi "ragazzi toscani", tutti, nessuno escluso.
Questo senso di gratitudine, l'uno per il lavoro dell'altro, è sintomo di una collaborazione artistica di sicuro successo (senza bisogno di alcun PIANO B) perché non basata solo ed esclusivamente su capacità e virtuosismi fini a sé stessi prestati all'opera altrui, quanto piuttosto basata su una reale unità di intenti vissuta in un'atmosfera di sincera amicizia. Davvero uno splendido omaggio. Complimenti Silvia e Bob per questa "chicca".
Doveroso anche nominare i "ragazzi della truppa toscana" che hanno contribuito tutti alla piena riuscita del disco: parlo di Marco Cantini, qui ospite ai cori, Lorenzo Forti al basso, Fabrizio Morganti alla batteria, Lele Fontana al pianoforte, hammond e rhodes, e gli altri ospiti come Francesco "Fry" Moneti al violino, Gennaro Scampato ai cembali, triangolo e wasamba, Matteo Urro alle chitarre elettriche, Francesco Cusumano alla chitarra acustica, Tiziano Mazzoni alla chitarra acustica, e quindi Cristina Banchi, Mani Naimi e Marilena Catapano ai cori.
Ultimo, ma tutt'altro che trascurabile dettaglio, (almeno per noi "vecchi" fruitori del supporto "fisico") è l'ottimo packaging che (a mia memoria) da sempre è uno dei punti di forza dell'etichetta RADICIMUSIC RECORDS. Davvero un lavoro di pregiato artigianato prodotto con carta artistica italiana, una cura per i dettagli che è un dettato di Amore. Vero.
Al tirare delle somme, in questo duplice sforzo artistico, tra libro e disco, Silvia Conti ha messo insieme gran parte del suo mondo, gran parte della sua vita, ed è stato un onore averne potuto fruire da lettore e da ascoltatore.
C'è tanta passione dentro queste due opere, e grazie ad una sensibilità, sinceramente unica e profonda che condivisa diventa "patrimonio" di tutti questa passione travolge e se, davvero, quegli anni di cui parlava Silvano sono stati sì "anni sprecati", per certo ora sappiamo che non sono passati invano.
Questo album, ZERO MOLTIPLICA TUTTO è il quarto della discografia del Cantautore fiorentino Marco Cantini.
Io ho avuto la fortuna, l'onore e il grande piacere di ascoltare i due lavori precedenti di Cantini e così l'attesa per l'ascolto di questo nuovo album era davvero tanta.
E questa attesa non è stata vana.
Cantini con ZERO MOLTIPLICA TUTTO ha chiuso una sorta di "trilogia" che era iniziata nel 2016 con SIAMO NOI QUELLI CHE ASPETTAVAMO proseguita poi nel 2018 con LA FEBBRE INCENDIARIA.
Il titolo di questo nuovo album prende lo spunto da un verso della canzone IN PARTENZA che chiudeva l'album del 2016 e, nelle intenzioni di Cantini, quel verso, quella canzone, erano l'esortazione a reagire al "sistema", a riprendersi ogni cosa sentiamo ci possa appartenere in un mondo che tende all'esclusione.
Ma quel monito, quell'esortazione sembrano trovare, in queste nuove storie una sepoltura, un azzeramento come se, da tutto quell'affannarsi per riemergere, non fosse sopravvissuto più nulla. Ma Cantini, nonostante tutto, continua nella sua ricerca di Storie e di Valori, e mette ancora una volta al centro di tutto loro, i "vinti", i "fragili" coloro che, oppressi, sono il realtà il centro dei Valori che ancora oggi sono fondamentali per il futuro di questo "povero" genere umano.
Ecco, ciò che più ammiro in questo ragazzo e nel suo mondo cantautorale è proprio questa stupenda capacità di prendere l'ascoltatore per mano e portarlo dentro un altro mondo. Le storie che racconta Cantini, tra rimandi a personaggi storici e storici eventi colgono sempre nel segno e, soprattutto, inducono a prendere in mano carta e penna e a segnarsi nomi di personaggi ed eventi, per andare poi ad approfondire, a cercare di capire, a conoscere. Sono canzoni, ma sono anche piccoli trattati dai quali si imparano o si riportano alla memoria storie dimenticate ma da non dimenticare e questa è, a parere mio, una grande, grandissima cosa.
Delle undici canzoni che compongono ZERO MOLTIPLICA TUTTO dieci portano la firma di Cantini per testi e musiche mentre c'è una cover di valore assoluto: CAMMINANDO E CANTANDO versione italiana della canzone brasiliana PRA NAO DIZER QUE NAO FALEI DAS FLORES di Geraldo Vandrè, canzone scritta nel 1968 contro le brutalità della dittatura militare che in Italia venne tradotta da Sergio Endrigo e Sergio Bardotti e che lo stesso Endrigo cantò a Canzonissima sempre nel corso del 1968. Cantini, quando non produce in "proprio" cerca, come un moderno Diogene, canzoni che sono lì, dimenticate, nell'oblio: e rende così omaggio al padre brasiliano della canzone ma, certamente, anche ad un grande Maestro come Sergio Endrigo.
E proprio a proposito di Maestri, ad aiutare Cantini a trovare i suoni giusti per queste storie, con i suoi preziosi suggerimenti, viene nominato il "Maestro" Gianfilippo Boni, un altro ragazzo straordinario per attività artistiche, conoscenze e gusti musicali.
Nascono così le canzoni di questo disco, partendo dall'iniziale IL DECLINO che è la prima canzone del disco e, ne è anche l'ultima essendo divisa in due "suite" diverse e che è un omaggio allo scrittore Stefano Tassinari.
Segue la poetica MODIGLIANI nella quale Cantini immagina una lettera di commiato dello stesso Amedeo scritta all'amico Maurice Utrillo e all'amata Jeanne Hèbuterne. Il tappeto sonoro è splendido e la canzone è uno dei pezzi da 90 dell'album.
BALLON D'ESSAI tratta il tema, sempre attuale, degli odiatori di culture, delle prevaricazioni dei forti sui deboli, dell'ingiustizia in senso generale.
QUELLO CHE SEGUE è un pezzo che parte lento ma dove poi, forte, interviene la chitarra elettrica di Riccardo Galardini a sottolineare l'allontanamento da quel senso di appartenenza che porta all'addio.
FLORA TRISTAN narra le vicende della nonna di Paul Gauguin autrice del libro MEMORIE E PEREGRINAZIONI DI UNA PARIA del 1838, e della sua lotta per la riorganizzazione pacifica della società, l'emancipazione della donna, alla ricerca di una società più giusta. Altra storia dall'importante valore etico tutta dentro una gentile ballata con le chitarre di Galardini ancora sugli scudi.
Nel brano FIORI c'è una riflessione sulla vita, sugli accadimenti, sulle cose che girano intorno e poi si chiudono apparentemente senza riscatto.
MILIONARI DI LACRIME è una canzone per Pablo Neruda. Qui Cantini si misura con la Grande Poesia che, necessariamente, si scontra, ad un certo punto con la dura realtà del mondo circostante. E se il Poeta è stato un viaggiatore, il suo merito più grande, senza dubbio, è stato quello di spargere semi ovunque sia stato. E da quei semi è nata qualche radice e il mondo, a volte, è stato (anche se per breve tempo) un posto migliore. Ottimo Roberto Beneventi alla fisarmonica.
AVENTINO narra la triste vicenda di un lontano passato che Cantini mette in parallelo con alcuni accadimenti del mondo odierno, dove ad ogni angolo la guerra è lì ad attenderci.
Dopo la già citata cover della canzone di Geraldo Vandrè il disco volge al termine con il brano MADRE che è una toccante descrizione degli ultimi giorni di vita della madre del cantautore. E' una poesia di intima riflessione e di struggente bellezza che si dipana tra le gentili chitarre di Galardini e il dolce violoncello di Andrea Beninati.
La seconda e conclusiva parte del brano IL DECLINO mette la parola fine a questo entusiasmante lavoro di Marco Cantini.
Dietro alla perfetta riuscita del disco oltre ai già citati Gianfilippo Boni (che al disco presta anche la sua perizia al piano), Riccardo Gilardini alle chitarre, Andrea Beninati al violoncello, Roberto Beneventi alla fisarmonica, vi è la sezione ritmica "storica" di Cantini composta da Fabrizio Morganti alla batteria e percussioni e Lorenzo Forti al basso, quindi Lele Fontana all'organo hammond, rhodes, piano e altri ospiti importanti come Francesco "Fry" Moneti al violino, Claudio Giovagnoli al sax, Carlotta Vettori al flauto traverso, e infine Priscilla Helena Boaretti, Silvia Conti e Serebe Benvenuti ai cori. Insomma un "parterre de Rois" che in questo caso moltiplica per cento il valore sonoro di queste registrazioni.
Le registrazioni del disco sono tate curate da Fabrizio Simoncini presso lo studio DPoT Recording Arts di Prato e l'album è stato poi mixato da Fabrizio Morganti e Gianfilippo Boni presso lo "storico" Paso Doble Studio di Bagno a Ripoli.
Vanno citate le splendide immagini di Gianni Dorigo che costituiscono la copertina e il retro dell'album e un plauso (sempre) a quelli di Radici Music per il packaging del disco che è in assoluto uno dei migliori in circolazione. Lavoro splendido.
Ho cercato per tempo di capire, infin, come definire Marco Cantini e il suo modo di intendere l'Arte del Cantautore. Ho trovato una definizione sola che si può ben accostare a questo ragazzo, alle sue storie, al modo sublime che ha di sceglierle, di farle proprie, di raccontarle e farle diventare così "nostre". Parti che ascolti il disco e finisci che sei più ricco, dentro, di storie, di ideali, di valori.
Per me, qui, ora e sempre, Marco Cantini sarà quel Cantautore che appellerò con l'unica definizione che ho trovato possibile: "Il Professore."
Ma attenzione: non un personaggio che si mette sul piedistallo e ti fa la lezione, bensì un uomo che si pone come un ponte verso la conoscenza, un vero insegnante.
Jeffrey Martin, da Portland, in Oregon, insegnava nelle scuole fino a qualche anno fa, ma covava dentro di sé una grande passione: la musica.
E così un giorno ha salutato con le lacrime agli occhi i suoi studenti e ha deciso di seguire la sua passione, il suo Sogno.
Nasce così, dentro un capanno costruito nel giardino di casa sua, questo splendente album dal titolo THANK GOD WE LEFT THE GARDEN.
Con una laurea in lettere e tante storie nell'anima e nella penna da raccontare a Jeffrey Martin è bastato davvero poco per mettere insieme 11 canzoni e 38 minuti pressoché perfetti registrati volutamente come demo e divenuti poi materia prima di adamantica bellezza.
Partendo dal riferimento biblico del Giardino dell'Eden Martin compone canzoni che indagano nel profondo l'animo umano e lasciano ad ognuno uno spazio di riflessione personale nel quale misurarsi.
Un uomo solo e la sua chitarra, i suoi pensieri a voce alta che diventano poesia allo stato puro.
Un disco d'altri tempi, che sfugge ad ogni regola commerciale e ci regala una bellezza "pura", figlia diretta dei grandi singer-songwriter del passato: una razza in via di estinzione.
Al progetto presta la sua chitarra elettrica in alcune tracce Jon Neufeld che ha poi prodotto l'album con Martin occupandosi poi di mixare e masterizzare il tutto.
Canzoni da pelle d'oca come THERE IS A TREASURE, SCULPTOR, GARDEN, RED STATION WAGON, I DIDN'T KNOW e la conclusiva WALKING per citare le mie preferite sono tra le cose più belle che io abbia mai sentito e, nel tempo, di canzoni ne ho sentite tante.
Jeffrey Martin porta dentro queste canzoni e dentro le sue interpretazioni la storia della Musica D'Autore Made in U.S.A. e pertanto scomodare paragoni con i grandi del passato può avere un senso, ma in fondo il gioco del "somiglia a ... " è qui fine a sé stesso.
Le canzoni di questo ragazzo sono state una meravigliosa sorpresa, un dono per il quale devo ringraziare quelli di "The Rocking Magpie" che hanno recensito l'album sul finire del novembre scorso facendomi così entrare in contatto con tanta bellezza.
Jeffrey Martin, le sue canzoni, la sua chitarra, così tanta bellezza in un disco è rara.
Massimiliano Larocca è, sin dai tempi del suo primo album, IL RITORNO DELLE PASSIONI, il mio "preferito". L'ho già scritto diverse volte e lo riscrivo ora.
L'amico Max, un giorno, correva l'anno di grazia 2007, prese la macchina e da Firenze venne a Cabiate per quello che fu il nostro primo Tonnuto House Concert.
Erano altri tempi. Chi c'era, a quel primo "artigianale" evento, ancora se lo ricorderà.
Fu il primo vero impatto con un cantautore che, si percepiva già chiaramente, aveva un talento fuori dal comune.
Ora, passati 16 anni, Max Larocca manda alle stampe il suo settimo disco.
Teneteli a mente questi numeri: 16 anni e 7 dischi.
Come nel precedente episodio, EXIT ENFER, la produzione artistica dell'album è affidata alle sapienti mani del musicista e produttore australiano Hugo Race (già membro deella band di Nick Cave and the Bad Seeds) ed il risultato è a dir poco strepitoso.
Dieci canzoni che ci portano dentro un viaggio alla ricerca del "codice dell'anima", alla ricerca del Daimon, quel "demone" che ognuno riceve come compagno di viaggio, prima della nascita secondo il mito di Er narrato da Platone. Un disco dal contenuto "profondo", un disco che viaggia a livello di spirito, di sacralità, di anima, appunto e che lascia trasparire appieno la maturità artistica di Max Larocca qui, senza ombra di dubbio, alla sua migliore opera.
Il viaggio in cerca di questo DAIMON parte con la canzone NON SAREMO PIU' GLI STESSI che mette da subito in mostra un altro "must" di queste registrazioni, ossia la splendida voce di Federica Ottombrino al controcanto. Un valore aggiunto di notevole spessore artistico.
LA BANLIEUE è una preghiera laica che parte con un cantato-recitato a doppia voce citando Leo Ferré per passare all'affilata chitarra che apre FATALE dove il cantato alterna versi tra italiano e inglese sempre con il controcanto a rendere il tutto più "sacro". Questo brano è stato composto a quattro mani con la splendida Giulia Millanta, che ha molta strada percorsa in comune con Max partendo, mi sembra di ricordare dall'esterno dell'ex zoo di Firenze, ma, non vorrei sbagliare.
I GIORNI DI ALCIONE si dipana su di un superbo tappeto sonoro fatto di chitarra e violino rimanda al mito di Alcione figlia di Eolo e che Larocca, ha spiegato in una intervista, associa ai giorni di sole dentro l'inverno per passare a LEVIATANO che è forse il momento più "cupo" dell'album, con il rimando al terribile drago marino di biblica memoria che veste i panni di quella pandemia che ci ha fatto tanto soffrire.
Decisamente più rilassata è THE LOVE OF THE SENSES che ha un sound davvero strepitoso, aprendosi con chitarre che, in suoni distorti, accompagnano verso un tappeto di archi che tengono il ritmo di un pezzo cantato da Max in inglese con testo e musica scritti a quattro mani con Hugo Race.
L'ABBANDONO è un altro pezzo che Max declama quasi religiosamente recitandolo più che cantandolo, con inserti di distorsione nella voce che creano un'atmosfera densa per passare a tutt'altro genere nel samba di NESSUN PERDUTO AMORE anche questa arricchita da canto della Ottombrino e da versi declamati in inglese che rendono intrigante l'ascolto.
La dolce e malinconica ballata L'ORA INVISIBILE, che ha anche il credito della Ottombrino nei testi, e la delicata CUL-DE-SAC portano a compimento un viaggio che ci mostra un Max Larocca al massimo del suo splendore.
Cito lo splendido lavoro di Nicola Baronti agli arrangimenti in duo con Race e citazione doverosa per i mucisti che suonano nel disco, partendo dalle chitarre di "Don" Antonio Gramentieri hanno suonato in DAIMON Roberto Villa al basso, Diego Sapignoli alla batteria, Giacomo Toni al pianoforte, Ermia Pia Castrota al violino e archi, Alice Chiari al violoncello, Matteo Sodini alle percussioni, Franco Naddei al synth.
L'album è uscito con tre diverse copertine tutte ad opera dell'artista Enrico Pantani già collaboratore di Max Larocca nel precedente lavoro EXIT ENFER. Le immagini riprodotte da Pantani si rifanno alle icone russe e alle immagini sacre della cultura toscana riprendendo la Madonna con il Bambino nel vinile e il demone alato e l'angelo custode nella versione in cd.
In conclusione di questa parte di recensione non resta che alzarsi in piedi e levare tanto di cappello di fronte a quest'opera "Musicale" così sofisticata e sorprendente.
Un tempo era "Massimiliano Massimo" ora è "Massimiliano 4.0" interconnesso con l'Universo Intero in una Musica che passa i confini del tempo.
Complimenti amico Max.
RIFLESSIONE SULLA NUMEROLOGIA ESOTERICA IN "DAIMON"
Quando ho inserito il cd di DAIMON nel mio lettore e mi è apparsa la durata dell'album ho avuto un sobbalzo.
Pubblico qui sopra la foto.
L'album in formato cd che mi è arrivato è quello con la copertina dedicata al Demone Alato. Mentre scrivo non so se quello con l'Angelo Custode e il vinile con la Madonna e il Bambino abbiano durata differente.
Per un "ragioniere" come me, amante della numerologia, del lotto, e degli aspetti esoterici connessi e applicati a queste vicende si è spalancata la porta di un altro DAIMON.
Non ci sono più il cantautore Massimiliano Larocca e il musicista australiano Hugo Race ma mi appaiono, ora, una sorta di Dante Alighieri che, con il suo aiutante Virgilio, dopo averci portato fuori dall'Inferno (EXIT ENFER) ci stanno portando dentro ad un altro mondo del quale alcuni persino ignorano l'esistenza.
Per chi non lo sapesse, Dante, nella Divina Commedia ha compiuto un'opera matematica unica al mondo. 33 canti per 3 cantiche e una introduzione. 9 cieli 9 come i 9 fondatori dell'ordine dei Templari.
La struttura della Commedia è fatta da strofe composte da 3 versi. Ogni verso ha 11 sillabe sicché ogni strofa ha 33 sillabe, e ritorna il 33. Aggiungiamo poi che tutte le profezie della Divina Commedia distano tra loro 666 versi o 515 e 515 è un numero che Dante richiama come Messo inviato da Dio.
I versi totali dell'intero poema sono 14.233 la cui somma teosofica ancora riporta al 4. Numero della concretezza, dell'ordine. E tante altre sono le vicende numerologiche legate alla Commedia...
Ma tant'è. Dante era Dante, un Genio.
Ma torniamo a Larocca e Race.
L'album dura 44 minuti e 44 secondi.
44 è il numero angelico, il numero che indica la capacità e induce la volontà di superare ogni ostacolo.
Quando lo stesso si ripete due volte, nel 4444 che ne esce, il messaggio che l'autore (o gli autori in questo caso) ti vogliono mandare appare subito chiaro: questi angeli vogliono entrare in contatto con te.
Insomma, a mio parere Larocca e Race, hanno mandato un messaggio cifrato attraverso la durata del disco e pochi, forse nessuno, se n'è accorto.
Ciò che in assoluto è affascinante è che nella somma teosofica del 4444 (4+4+4+4 uguale 16 1+6 uguale 7) ritorna quel 7 che è esattamente il numero che DAIMON ha nella discografia di Larocca come sopra ho già scritto. E se gli anni che ci separano dal nostro House Concert del 2007 (ancora un sette) sono 16 ritorna nella somma teosofica questo 7 che in numerologia rappresenta la ricerca della verità e la scoperta del reale.
Siccome nella numerologia esoterica nulla è casuale faccio nota, a chi sarà arrivato fin qui a leggere, che il giorno 20 ottobre 2023, allorché Massimiliano Larocca ha presentato il disco in quel di Firenze, nell'estrazione del lotto di quella stessa sera, sulla ruota di Firenze, in quarta posizione, è stato estratto il numero 44. Una casualità che nella logica "massonico-numerologico-esoterica" ha una sua precisa valenza. Un discorso di Fratellanza ad alto "Livello".
Nella numerologia astrologica, poi, il numero 44 è particolarmente indicato come numero da mettere in gioco nel lotto nel periodo che intercorre tra l'11 aprile e il 19 aprile, sarà un caso ma il nostro Max Larocca è nato proprio in aprile e proprio in quei giorni (il 12 per la precisione).
Infine, non sarà un caso nemmeno questo, sia Larocca che Race hanno in comune il risultato teosofico della somma della loro data di nascita: per entrambi un 30 che identifica la "creatività" ed è propria di persone che hanno un forte flusso energetico.
Di Hugo Race mi è rimasto impresso un passaggio letto sulla sua pagina Facebook dove raccontava della melatonina, della ghiandola pineale in un intervento "illuminante" che sarà passato inosservato a tanti, molti, quasi tutti, ma che ho colto al volo in quello spirito con cui Giancarlo Rosati definì la melatonina "l'ormone degli dei".
Chiudo qui, nella (quasi) certezza che Massimiliano Larocca e Hugo Race siano, oggi, due "moderni" Templari.
«Ho
sempre voluto scrivere un disco dove tutto accade d’estate e credo che questo
lo sia.Per
quanto posso ricordare, per la più parte della mia infanzia mi sono sentito un
orfano. Non che lo fossi, ma mi sembrava proprio di esserlo. Eravamo solo io e
la radio. La radio era tutto ciò di cui avevo bisogno. Mi ha insegnato
praticamente tutto quello che mi serviva sapere: come pensare, come sentire,
come ballare, lavorare e amare.».
Jesse DeNatale
Questa dichiarazione di intenti rappresenta il motto al quale il cantautore americano Jesse DeNatale si è ispirato per comporre le dieci splendide canzoni che compongono il suo ultimo disco THE HANDS OF TIME.
Un disco di strabordante bellezza.
Un disco solare.
Un disco stellare.
Non conoscevo DeNatale e devo ringraziare, col cuore, la mia amica Irene Sparacello che mi ha introdotto alla musica di Jesse.
Sono bastati pochi ascolti per farlo entrare, di diritto, nella lista dei miei preferiti.
DeNatale è un Cantautore davvero strepitoso, un essere umano "speciale", un Illuminato, in grado di tratteggiare, nel giro di pochi versi e qualche nota, un mondo decisamente migliore che si apre a tutti quelli che, avranno la fortuna di avvicinarsi al suo verbo.
Ispirato dalla bello e dal brutto che ci circonda in ogni attimo della nostra vita Jesse DeNatale, con una semplicità disarmante, tratteggia nei suoi versi il "senso della vita", molto profondo, molto umano, molto "nostro" che, si può capire, sia stato affinato con lo scorrere del tempo.
Di questo album è splendido tutto, partendo dalla solare copertina, con quella giostra, "le catene" anche detta (più volgarmente) "calci-in-culo" che in un contesto assolato richiama proprio quel tempo della nostra gioventù, l'estate, quel tempo che da sempre è stato deputato a momento in cui "...se deve accadere ... accadrà in estate" .
Sin dall'iniziale RIGHT BEFORE MY EYES la poetica visione di DeNatale si apre come un fiore ai nostri occhi, la voce dolce e pacata di Jesse si accompagna alla sua chitarra e al suo piano con l'ottimo lavoro di Nino Moschella (che ha co-prodotto il disco con Jesse) alle percussioni e di Alise Rose al violino.
Molto bello il viaggio metaforico che Jesse ha tratteggiato in SWEET ARRIVAL, mentre in WHERE I AM ci sono ricordi di diversi momenti del passato con la radio (molto amata da Jesse) che in sottofondo segna anch'essa lo scorrere del tempo, con l'ottimo lavoro di Tom Heyman alla chitarra elettrica e Paul Olguin al basso.
In THE HAT SHOP c'è il ricordo di un vecchio amico scomparso ma è in LOVE IS che ho trovato una perfetta coincidenza "astrale" tra quanto cantato da DeNatale e la mia personale vicenda umana là dove andai a suggellare la mia vita sentimentale con quella ragazza che oggi è mia moglie nel lontano luglio 1994, sì, proprio in estate ... "And out of everything that you ever do / This is what will make you shine / Finding the one who undestrands / There in the summertime". Così quando ho udito questi versi, nel contesto di questa canzone, di questo disco, ho capito che Jesse DeNatale è un mio "fratello" nel senso più letterale del termine. Un Uomo illuminato che riesce a illuminare con i suoi versi la nostra via.
STREETS OF SORROWS tratteggia a tinte fosche un mondo, il nostro, quello contemporaneo dove il dolore ci accompagna in ogni dove, ma anche lì, in fondo alla disperazione e alle lacrime c'è un orizzonte d'estate, di sole.
DeNatale prende posizione contro il proliferare delle armi e delle conseguenti frequenti stragi che sono un autentico flagello negli Usa con la canzone STOP THIS WORLD.
Il rapporto con il tempo che passa e quello che lascia, e quello che porta via, i ricordi, il potere della memoria, è tutto dentro THE HANDS OF TIME, una canzone che, letteralmente, si lascia "stringere tra le mani". Magica Poesia.
Nel dolore del trovarsi al capezzale di un familiare giunto alla fine del suo cammino terreno Jesse DeNatale ha tratto ispirazione per la canzone STATION MASTER pura "Poesia" messa in musica nella quale l'allegoria del treno che passa e del saluto al capostazione mettono la parola fine al viaggio terreno ma lasciano aperta la via per la destinazione finale.
La chiusura dell'album è affidata alla splendida LATE SEPTEMBER che si avvale del maiuscolo contributo dei The Zemlinsky Quartet per creare un tappeto sonoro strepitoso. DeNatale arrivato alla fine del "viaggio" estivo raccoglie tutti i ricordi del "bel tempo passato" e salendo sulla "collina" della vita arriva a contemplare una grande luce e la abbraccia diventandone parte e fluttuando nel cielo come una cosa sola come quell'atto che descrisse bene John Gillespie Magee Jr. nella sua poesia IL VOLO "(...) e percorrendo spazi inviolati di paradiso / la mano ho messo fuori / e di Dio ho sfiorato il viso".
Così, giunto alla fine di questo disco, lo si può a ragion veduta, e senza tema di smentita, definire un autentico capolavoro.
Jesse DeNatale è sicuramente dotato di una sensibilità superiore alla norma e tale da renderlo un vero e proprio Dottore dell'Anima.
Una persona che narra le cose della vita, in maniera semplice, ma mai banale.
Abbiamo bisogno di questa musica, di questo uomo, di questa luce perché davvero ci dona una prospettiva diversa, migliore, ci riporta in ogni istante a quel tempo lì, essenziale per ognuno di noi: il tempo dell'estate.
C'era un tempo, si era alla fine degli anni novanta, in cui correvamo dietro le ballate di Davide Van De Sfroos con tutta la spensieratezza che la vita ci riservava in quell'età lì.
Si ballava e si cantava sulle note de LA CURRIERA, CYBERFOLK, LA BALERA e ci si fermava a contemplare la bellezza della poesia del nostro che letteralmente esplodeva all'ascolto di pezzi come NINNA NANNA DEL CONTRABBANDIERE, BREVA E TIVAN, EL VEENT fino al ricordo di quelle note tratte da IL FIGLIO DEL GUGLIELMO TELL che il "nostro" Paolino suonò con l'organo della chiesa vecchia qui a Cabiate a chiusura della celebrazione del nostro matrimonio.
A distanza di quasi un quarto di secolo da quel tempo lì, quando Davide Van De Sfroos ci portava a spasso per i luoghi a lui più cari facendoci guidare da EL FANTASMA DEL LAAGH il cantautore laghee mette insieme in queste canzoni che compongono il suo nuovo album, MANOGLIA, alcuni dei suoi ricordi più cari, alcuni dei suo "fantasmi".
Le undici canzoni del disco, nei suoi 43 minuti e rotti di durata, propongono tematiche che sono sempre state care a Davide, dai ricordi dei personaggi del suo passato, al mistero della vita e l'intreccio con la natura, i luoghi sul lago, il tempo che passa e le foglie che cadono diventano tutti temi per appassionate riflessioni sulla vita.
Ha sempre avuto uno straordinario e visionario potere poetico lo stile di scrittura di De Sfroos ma si percepisce chiaro, all'attento ascolto di queste nuove canzoni, che questo potere si è fatto maggiormente raffinato.
Alcune di queste "gemme" che sono presenti nel disco, e cito ANKAINKOO, CRISALIDE (LE ALI DEL FALCO), EL MEKANIK, FOGLIE AL VENTO, arrivano a toccare nel profondo la nostra anima.
Sono poesie contemporanee, sono opere letterarie che, musicate in maniera sublime, elevano l'anima di chi le ascolta.
In questo passaggio della sua vita trovo Davide Van De Sfroos molto vicino, per scrittura e sentimento, ad un altro straordinario "Cantautore-Poeta" contemporaneo, il friulano Luigi "Gigi" Maieron: questi due autentici "Maestri" sono partiti entrambi dai loro dialetti, dalle storie dei loro paesi, delle loro genti, della loro vita quotidiana e là dove qualcuno avrebbe lasciato perdere perché nel cantare in dialetto ci potrebbe essere un "limite" di comprensione (e anche di mercato) loro hanno continuato per la loro via regalando poesia e luce in un mondo volgare, rozzo e in tempi decisamente scuri.
Ho letto bellissime interviste e recensioni di questo MANOGLIA e cito quelle della mia amica Laura Bianchi che ha (da sempre) maggiormente sostenuto De Sfroos e le sue canzoni invitandovi ad andare a leggerle al seguente link: